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Tunisia, Giordania, Libano: il matrimonio non ripara pił la violenza sessuale sulle donne

Hanno numeri diversi ma uno stesso significato: impunità. Chi violenta una donna, anche se minorenne, evita la galera se sposa la sua vittima. Che a sua volta, inanellando il suo stupratore, “salva” l’onore della famiglia. [continua]

 
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Tunisia, Giordania, Libano: il matrimonio non ripara pił la violenza sessuale sulle donne
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Emanuela Ulivi

Hanno numeri diversi ma uno stesso significato: impunità. Chi violenta una donna, anche se minorenne, evita la galera se sposa la sua vittima. Che a sua volta, inanellando il suo stupratore, “salva” l’onore della famiglia. Funziona ancora così in molti Paesi in giro per il mondo. Donne violentate, maltrattate, uccise. Tutti reati derubricati come tali, dallo stesso codice penale. Aggiungendo violenza a violenza. 

Tunisia: una nuova legge che fa scuola

I Paesi arabi non sono esenti, ma le buone notizie ci sono. Dalla Tunisia, dove il dibattito sull’emancipazione femminile data dal 1930 e dal 1956 le donne “esistono” per la legge, con una serie di diritti sanciti dallo Statuto Personale varato da Bourghiba, il presidente dell’indipendenza, e dove la Costituzione del 2014 riconosce loro parità di diritti e doveri (schivando lo status di “complementarità” dell’uomo, proposto dai deputati del partito islamista Ennahda). Il 26 luglio scorso il Parlamento di Tunisi ha votato all’unanimità (146 deputati presenti su 217) una legge contro la violenza sulle donne che fa scuola. Perché da fatto privato la violenza è diventata materia della quale si occupa lo stato. 

La nuova legge riconosce come tali tutte le violenze fisiche, morali, psicologiche, sessuali, economiche, delle quali possono essere vittime le donne, che d’ora in poi godranno di assistenza giuridica e psicologica. Punisce le molestie sessuali in pubblico, l’impiego dei minori come lavoratori domestici e sanziona i datori di lavoro in caso di salario inferiore. Prevede l’educazione all’uguaglianza nelle scuole. Secondo uno studio del 2015 del Centro di Ricerche, Studi, Documentazione e Informazione sulla Donna, il 53% delle donne in Tunisia è vittima di violenza di genere in pubblico, percentuale che sale all’87,1% per le violenze psicologiche, al 75,4% per quelle sessuali e scende al 41,2% per quelle fisiche. Ma non finisce qui. Come chiedevano tante organizzazioni e associazioni, la nuova legge modifica l’articolo 227 bis del codice penale – “l’articolo della vergogna” nei cartelli delle manifestazioni - e abroga la disposizione che permetteva all’autore di un atto sessuale, anche “senza violenza”, con una minore di 15 anni, di evitare la prigione se sposava la sua vittima. Anche l’incesto è sanzionato e le pene raddoppiate in caso di rapporto con un genitore. 

Il 13 agosto, il presidente Béji Caid Essebsi ha ventilato la possibilità di emendare alcune leggi come quelle sul diritto ereditario (il Corano prevede che alle donne spetti la metà rispetto agli uomini) e sul divieto per le donne di sposare uno straniero non musulmano. “Andare verso la parità non vuol dire andare contro la religione”, ha affermato il presidente di un Paese in cui ci sono 75 deputate e le donne rappresentano il 60% dei medici, il 75% dei dentisti e dei farmacisti, 35% degli ingegneri, il 41% dei giudici e il 43% degli avvocati. Diversi Paesi musulmani si sono detti contrari, ma la stroncatura più rilevante è arrivata dall’Università di Al-Azhar, che ha definito queste proposte contrarie alla legge divina, ai precetti dell’Islam e agli insegnamenti del suo messaggero. 

In Giordania la Camera dei deputati riforma il codice penale

In un altro contesto, ma a  pochi giorni di distanza, 1° di agosto la Giordania ha abolito un altro “articolo della vergogna”, il 308 del codice penale che, anche qui, permetteva allo stupratore di evitare il carcere sposando la vittima. Norma contornata da altre due bestie nere per le donne e le organizzazioni dei diritti umani: gli articoli 98 e 340 che identificano le attenuanti del “delitto d’onore”. Pena ridotta se l’omicidio è stato commesso in un impeto di rabbia o se la vittima stava compiendo un atto illegale o pericoloso (98); l’omicida è esente da condanna se trova la moglie o un’altra donna della famiglia mentre commette adulterio (340). Ora non ci saranno più scappatoie. La pronuncia della Camera dei deputati, impegnata nella riforma globale del codice penale, premia lo sforzo di tante associazioni della società civile, di parlamentari e donne, ma è innegabile l’impulso dei reali hashemiti. Nella stessa direzione si era mossa anche l’autorità responsabile dei decreti religiosi, che nel 2016 aveva emanato nel 2016 la prima fatwa in Giordania che proibisce di uccidere una donna in nome dell’onore della famiglia. Ma, fanno rilevare le associazioni, non basta una legge a modificare una mentalità radicata in una società conservatrice e tribale, che affida all’uomo il compito di difendere il buon nome e l’onore della famiglia. E non di rado decide chi deve uccidere chi: questo farà di lui un “vero” uomo. Che da oggi per la legge sarà invece solo un comune assassino.

Prima della Tunisia e della Giordania, in Egitto il salvacondotto per il violentatore era contenuto nell’articolo 291 del codice penale, abrogato con decreto presidenziale nel 1999, cui sono seguiti inasprimenti di pene nei provvedimenti del 2011 e 2014 per le violenze e le molestie contro le donne. In Marocco si chiamava 475 ed è stato emendato nel gennaio 2014 dopo la campagna seguita al suicidio di una ragazzina di 16 anni, abusata e sposata dal suo violentatore. 

Abrogazione di facciata in Libano 

Nel Paese dei Cedri, la cui società che si vuole una delle più emancipate della regione ma dove solo nel 2011 è stato abolito il delitto d’onore ed esistono ancora le spose bambine, il matrimonio-paracadute previsto dall’articolo 522 è stato abolito 16 agosto dal Parlamento. Ma non è come sembra. Approvata la sua cancellazione dalla Commissione parlamentare Amministrazione e Giustizia il 7 dicembre 2016, dopo una campagna imponente dell’ONG Abaad e l’attivismo della società civile, la Commissione aveva esultato per aver anche emendato gli articoli che inaspriscono le sanzioni in caso di violenza su minori di 15 anni, spiegando che questi aggiustamenti legislativi sono in linea con la realtà della società libanese, che è “diversa rispetto ad altri paesi”. 

In realtà, la versione finale del testo del progetto di legge portato in Parlamento fa rientrare dalla finestra quello che doveva uscire dalla porta, anche se la materia passa dalle mani del tribunale religioso a quelle del tribunale civile. Negli articoli 505 e 518, che riguardano le relazioni sessuali consensuali e non consensuali con una minore tra i 15 e i 18 anni, le nozze, pur approvate dalla famiglia, possono ancora sospendere la pena su decisione del giudice e su parere di un assistente sociale se la ragazza è minorenne. 

Soddisfatte per il risultato, anche se parziale, le attiviste di Abaad. Non staremo zitte hanno replicato quelle di un’altra importante associazione, Kafa. Il ministro di Stato per i Diritti della Donna Jean Oghassabian e il deputato Samy Gemayel hanno già annunciato che lavoreranno per l’abrogazione totale di qualunque eccezione. 

Come mai questo pasticcio? Se la vittima è minorenne, si pone infatti un altro problema che tocca da vicino le varie comunità religiose, ognuna delle quali (ce ne sono 18) gestisce il diritto di famiglia con criteri diversi. E determina l’età nella quale il matrimonio dei minori è legale. A grandi linee si va dai 14 ai 18 anni per i cristiani, e dai 14 ai 17 per le comunità musulmane, anche se nella realtà si scende anche fino a 9 anni. Secondo uno studio dell’Unicef del 2016, in Libano il matrimonio prima dei 18 anni riguarda soprattutto le rifugiate siriane (27% tra i 15 e i 19 anni) e le rifugiate siriane palestinesi (13%), il 4% tocca la popolazione libanese e i rifugiati palestinesi, con punte dall’8 al 10% in alcune aree. 

Il 23 febbraio scorso la Commissione parlamentare sulla Donna e l’Infanzia ha dato mandato ad una sottocommissione di studiare la possibilità di alzare l’età del matrimonio, che appunto varia da una comunità all’altra, per allineare il Libano a Paesi quali l’Egitto, la Palestina e la Tunisia. La strada però è tutt’altro che in discesa. Il 18 marzo, in occasione della Giornata della donna musulmana, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha stigmatizzato le iniziative per portare a 18 anni l’età del matrimonio, come tentativi di corrompere la società attentando alla famiglia e ha accusato i detrattori del matrimonio precoce di “servire Satana”. “Ne sanno più di Dio?”, molti meno i divorzi, ha rivendicato, tra le minori sposate che tra gli adulti. Per tutta risposta dieci giorni dopo, il deputato Élie Keyrouz ha presentato un disegno di legge che proibisce i matrimoni precoci e fissa l’età minima a 18 anni compiuti per uomini e donne presenti su tutto il territorio nazionale. E prevede una multa pari a 10 volte il salario minimo e la prigione da 3 mesi a 6 anni per chi “celebra, autorizza, incita, interferisce o partecipa al matrimonio di un bambino”.

21 agosto 2017

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